Forse sono appena un po’ fuoristagione, nel senso che l’estate sta avanzando e che la siccità che devasta le nostre colture – nessuno se ne occupa, ma andiamo incontro ad un autunno e un inverno di stenti se non piove: le vacche hanno prodotto un buon 50% di latte, i pomodori sono rinsecchiti, e anche per la frutta non siamo messi benissimo e infatti ve ne accorgete dai prezzi che anche all’origine sono in leggera ascesa mentre all’acquisto finale sono in impennata ma questo è un ragionamento di tipo economico da fare in altre sedi – e dunque invitarvi oggi a raccogliere le erbe spontanee significa spingervi in media montagna o alta collina dove ancora resistono le fioriture, ma l’occasione è troppo ghiotta.

Me l’ha suggerita l’incontro qualche giorno fa con un botanico come non se ne trovano quasi più nelle università italiane (e parlo dello spessore scientifico) e con un uomo come non ne incontrerete di sicuro negli agglomerati metropolitani di questo paese e che invece resistono nelle nostre opime province. Si chiama Fabio Taffetani e insegna botanica all’università politecnica delle Marche di Ancona. Il professor Taffetani ha creato in uno dei paesi più suggestivi del fermano (ma ora con al rivoluzione delle province chissà come si chiameranno queste terre) Monte Sanpietrangeli l’Accademia delle Erbe Spontanee (la sede è a Palazzo Barbarossa, il sito è www.accademiadelleerbe.it) che ha per scopo: “Garantire la conservazione degli ambienti dove viviamo (aree urbane, periferie, ecc.), dove trascorriamo il tempo libero (coste, montagne, parchi, boschi, aree verdi, ecc.) e dove produciamo alimenti (orti, campi, frutteti, pascoli, agroecosistemi), valorizzare il ruolo e l’importanza delle aree non produttive (fossi, margini erbosi, scarpate, praterie, siepi, boschetti, ecc.), regolamentare la raccolta delle erbe spontanee, educare ad un corretto uso delle stesse sia a scopo alimentare, che culturale, al fine di non disperdere il patrimonio delle tradizioni popolari legate all’uso delle piante, migliorando così la tutela della salute umana, della biodiversità, degli habitat e del paesaggio agricolo”.

E’ perfettamente consonante con ‘Berta Filava‘, non trovate? Ma in realtà il prof ha fatto di più e di meglio. Primo ha istituito dei corsi per gli adulti che imparano a riconoscere le erbe prima con un’educazione teorico-botanica poi con escursioni sul terreno, ha predisposto alla Politecnica delle Marche dei corsi per gli operatori degli agriturismi che imparano a riconoscere e usare le spontanee, ha predisposto un format didattico-sperimentale per i bambini e infatti alla materna di Monte Sanpietrangeli è sorto il giardino delle erbe spontanee con un successo educativo straordinario. In ottobre ad Ancona alla facoltà di agraria si replicheranno questi corsi aperti a tuti e se volete saperne di più basta cliccare su www.agr.univpm.it, e ora Taffetani sta pensando anche ad una rivista scientifico-divulgativa on line e per radicare ancora di più la cultura delle spontanee.

Ma se vi parlo di tutto questo, qui in questo spazio dove si dovrebbero cercare un po’ le nostre radici, è perché ragionando il prof mi ha fatto notare una cosa alla quale non prestiamo mai sufficiente attenzione: esiste un’economia della spontaneità che dobbiamo recuperare. E ora vi racconto di che si tratta e di come noi ne possiamo profittare e di come possiamo divenirne ambasciatori. Mi racconta il professore che tempo fa un agricoltore alle porte di Ancona – sembra incredibile, ma una città di porto e di e industrie ha ancora una fortissima vocazione agricola ed è quello he ci salverà – gli ha chiesto quale coltura mettere a dimora per una buona rotazione del terreno. Il professore gli ha risposto: lascialo incolto!

Pareva una bestemmia in tempi – anche in agricoltura e per l’Italia è un errore esiziale – di massima produttività. Poi gli ha procurato un link con un paio di agriturismi della zona e ha dato consigli a quell’agricoltore . che è stato intelligente assai – su quali ere spontanee raccogliere. Morale ha tirato su chili e chili di borraggine, di tarassaco, di rughetta spontanea, di spinaci selvatici e di altre specie che non vi sto a dire e li ha venduti agli agriturismi che ne hanno fatto insalate e piatti per gli ospiti. Il reddito di quel campo è stato almeno dieci volte superiore di qualsiasi altra coltivazione intensiva da rotazione.

Il risultato è che quell’agricoltore oggi non solo è un fervido sostenitore della spontaneità, ma che quella terra ha riposato meglio e quando sarà rimessa a coltura produrrà meglio e che ci sono ‘n’ persone che hanno riscoperto i sapori e i saperi del naturale.

Ora io non dico che si dovrebbe fare ovunque così, dico solo che ci sono migliaia e migliaia di ettari residui, incolti che possono diventare delle piccole miniere di risorsa economica ma prima ancora di risorsa buona. Perché ciò accada sono però necessarie due condizioni: la prima che ci sia chi sa cercare e commercializzare le erbe spontanee, la seconda che ci sia un consumatore consapevole capace di mettere a profitto quell’offerta.

Nel corso di questi mesi qui su Berta Filava vi ho parlato spesso di rimedi naturali legati alle erbe che possono essere usate dalla cucina alla casa, dal tingere le stoffe al farsi belli. Ecco io sono convinto che dovremmo recuperare questa conoscenza popolare (che nel caso dei botanici è rima di tutto scienza, ma sarebbe anche il caso di domandarsi se essendo il paese di padre Mattioli – il compilatore di erbari che ha anticipato e superato Linneo nella capacità di studio e osservazione del naturale – l’Italia non debba ridar fiato alla sua scienza botanica visto anche che siamo pieni di orti e di giardini dei semplici nelle città come nei conventi residuali).

E per intanto vi indico alcune specie che potete ancora trovare: la cicoria vera, fiorisce in estate si mangiano sia le foglie (crude o cotte) che i giovani germogli in insalata preparando le cosiddette “puntarelle alla romana”, la bardana, che trovate in questo periodo in media montagna (con i fiori si fanno sublimi frittelle) la carota selvatica che si trova un po’ ovunque e la radice è squisita, il tarassaco che è endemico in campagna (sono i soffioni quelli che i bimbi soffiano via e hanno i semi attaccati a piccoli paracadute pelosi) le sue foglie amare e con alto contenuto di ferro sono commestibili e ottime. E poi ancora potete cercare l’ortica che è ancora tenera in questi giorni: prendete le foglie più giovani e verdi chiare impastatele per fare la pasta o bollitele come la cicoria: sentirete che delizia. E la piantaggine che è diffusissima lungo i sentieri di alta collina od i montagna e si mangia bollita. La borragine dai bei fiorellini fucsia in insalata è stupenda ma ha anche effetti rilassanti.

E ancora potete cercare la malva spontanea per farne decotti che vi daranno serenità o piuttosto il finocchio selvatico che in questi giorni è in piena fioritura ed è un’aromatica da tutto impiego ma che in tisana ha effetti calmanti, rilassanti, digestivi o anche le margherite pratoline che proprio in questi gironi colorano i pascoli di montagna. Ne potete fare insalata oppure usare i fiori per avere effetti diuretici e tonificanti E questi sono solo alcuni esempi del meraviglio tesoro della natura spontanea. Se anche non avete fatto i corsi di Taffetani potete sempre procurarvi un erbario illustrato e andare per campi confrontando le foto con il reale. La raccolta sarà comunque entusiasmante. Magari prima di usare ciò che avete preso dalla natura fatevi dare un consiglio da chi ne sa. In qualsiasi borgo (per fortuna, ma purtroppo ancora per poco) troverete di certo una persona che sa dirvi ciò che è buono e ciò che non lo è. Ma un’ottima idea è sicuramente tornare in confidenza col naturale. Spontaneamente.

Carlo Cambi, Editore
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